FAQ

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La nostra Infermiera pediatrica è disponibile I PRIMI DUE SABATO AL MESE dalle 9.00 alle 13.00 e il giovedi dalle 14.00 alle 18.30 per rispondere a domande, dubbi e confrontarsi su tematiche pediatriche diverse: dall'educazione terapeutica pre-nascita, al sostegno all'allattamento, la medicazione del moncone, l'igiene del bambino.

ALCUNI DOGMI IMPRESCINDIBILI PER NOI:

"Prendersi cura di un bambino significa predisporsi ad una vicinanza sia mentale che fisica tale da permetterci di comunicare con lui rispettandone l’identità. Le differenze che rendono il bambino un individuo a sé stante rispetto all’adulto sono molte e riguardano l’anatomia, la fisiologia, le patologie e l’approccio clinico assistenziale."

Il bambino non è solo un individuo complesso e fragile; esso è anche parte di un nucleo famigliare. Quando ci si approccia ad un bambino malato è importante considerarne non solo l’età, le capacità comunicative ed il vissuto di malattia, ma anche la situazione sociale e familiare.

Ogni bambino ha una sua capacità relazionale e di comunicazione e, soprattutto, ogni bambino ha bisogno di essere guardato ed ascoltato. Per instaurare una relazione con i bambini è necessario usare diverse strategie. In alcuni casi sono sufficienti un gioco o un palloncino, in altri è importante costruire la fiducia giorno per giorno facendo capire al paziente quanto lui sia importante per noi e quanto lo si rispetti nella sua identità.

Dare ascolto al bambino significa coinvolgerlo nella cura in base alle sue capacità cognitive e renderlo partecipe di ciò che accade. Spesso i tempi dell’assistenza sembrano impedirci di comunicare e di entrare in contatto con i pazienti; è in questo caso che i genitori possono diventare una grande risorsa.

Parte del lavoro dell’infermiere pediatrico è quello di riuscire ad accettare i momenti di crisi, quelli durante i quali il bambino (e a volte anche il genitore) piange e si dispera guardandolo negli occhi come se fosse il peggiore degli aguzzini.

 

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La displasia dell'anca può essere diagnostica precocemente, sin dai primi mesi di vita del neonato, con apposita ECOGRAFIA. Questa diagnosi preventiva consente di intervenire tempestivamente per correggere la problematica.

La terapia può variare a seconda dell'entità di displasia presentata. Nei casi di lieve-media entità,o diagnosticati nei primi mesi,  si ricorre al divaricatore mentre nei casi più gravi potrebbe essere necessario un intervento chirurgico.

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L'esame dell'iride consente di capire lo stato di salute delle persone, i vari distrubi che possono esservi e la predisposizione a problematiche come ansia, stress, ipersensibilità al dolore. La visita consiste in un'attenta osservazione dell'iride attraverso un microscopio oculistico con durata variabile.

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La Biompedenziometria è uno dei metodi più precisi e veloci per valutare della composizione corporea. Con la BIA è possibile conoscere la massa grassa, magra e i liquidi presenti nel corpo, anche la ritenzione idrica.
 Ma soprattutto,  grazie a questa tecnica, è possibile realizzare una dieta mirata e personalizzata in base alle esigenze di ciascuno. 

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Vantaggi del trattamento Logopedico nei bambini con Autismo

• Quali sono i problemi di linguaggio e di comunicazione comuni nell’autismo?
• Che ruolo ha la logopedia nel trattamento dell’ autismo?
• Quali sono i vantaggi del trattamento logopedico per l’autismo?
• Qual è il momento migliore per iniziare la logopedia in un bambino con autismo?

Che ruolo ha il logopedista nel trattamento dell’ autismo?

I Logopedisti sono terapisti che si specializzano nel trattamento di problemi di linguaggio e disturbi della comunicazione.

Sono una parte fondamentale del trattamento riabilitativo del bambino con autismo. Con lo screening precoce e l’inquadramento psicodiagnostico dei soggetti a rischio, logopedisti spesso possono intervenire in modo efficace sull’evoluzione del bambino.

Una volta effettuata la diagnosi di Autismo o Disarmonia Evolutiva, l’equipe medica costituita da Neuropsichiatra infantile, Foniatra, logopedista e neuropsicomptricista valuta il modo migliore per favorire la comunicazione e migliorare la qualità della vita del bambino e della sua famiglia.

Nel corso della terapia, il logopedista lavora sinergicamente con il neuropsicomptricista con la famiglia, la scuola. Se il bambino è “non verbale”, quindi non parla, presenta problematiche maggiori nel linguaggio, il logopedista può introdurre strategie comunicative alternative CAA (comunicazione Aumentativa Alternativa), oppure intraprendere un percorso ABA o di Behavior comunication.

Ci sono varie strategie di intervento e molto dipende dalle caratteristiche del bambino al quale deve essere somministrata la terapia, a volte queste metodiche a mio avviso possono essere miscelate tra loro.

Tecniche di terapia del linguaggio possono includere:
• “facilitatori” elettronici
• Comunicazione facilitata
• Utilizzo di schede di immagini con le parole, noti come sistemi di comunicazione aumentativa, associazione di immagini ad oggetti che fungono da facilitatore, utilizzate al posto delle parole per aiutare il bambino ad imparare a comunicare
• Migliorare l’articolazione del linguaggio con esercizi di prassie linguo buco facciali, esercitando tutta la muscolatura mimico facciale per l’articolazione dei suoni.
• Si può ricorrere a strategie varie, anche cantare una canzoncina che abbia delle caratteristiche particolarmente gradevoli per il bambino e lo invogli a ripetere alcune parole, abbinando il ritmo, con il flusso di parole e frasi.

Con una bimba una volta abbiamo sperimentato in modo davvero semplice come a volte basti poco per motivare un bimbo. Titti conoscerete la canzoncina che fa:<< Se sei felice e tu losai batti le mani……>>. Bene è bastato cambiare il batti le mani con i suoni onomatopeici e lei li ha ripetuti tutti, che sorpresa!!! Per me una scoperta enorme con un azione semplice, per questo dico che a volte bisogna sperimentare e a volte c’è un colpo di fortuna…..

Quali sono i vantaggi della terapia logopedica nell’autismo?
La Logopedia può migliorare la comunicazione globale del bambino. Questo facilita la possiblità di avere relazioni sociali, di stabilire scambi interpersonali nella vita quotidiana.

Obiettivi specifici di logopedia includono aiutare la persona con autismo ad:
• Articolare le parole
• Comunicare sia verbalmente che non verbalmente
• Comprendere la comunicazione verbale e non verbale, capire le intenzioni degli altri la mimica facciale ecc.
• Avviare la comunicazione, spesso il bambino con autismo ha difficoltà nella conversazione, va guidato in questo apprendimento
• Conoscere il tempo e il luogo per comunicare qualcosa di appropriato; ad esempio, quando dire “buongiorno”
• Favorire lo scambio di idee
• Comunicare con gli altri
• Giocare e interagire con i coetanei
• Imparare l’autoregolamentazione

Qual è il momento migliore per iniziare la logopedia?
Solitamente prima dei tre anni è già possibile diagnosticare lo sviluppo disarmonico del bambino, i ritardi di linguaggio possono essere riconosciuti fin dai 18 mesi d’età. L’autismo in alcuni casi può essere diagnosticato già dai 10-12 mesi.

Quindi prima si intraprende un percorso riabilitativo migliori saranno le possibilità di recupero.
È molto importante iniziare la logopedia più presto possibile, quando si può avere il maggiore impatto sullo sviluppo.

Un trattamento intensivo, individualizzato può aiutare a diminuire l’isolamento invalidante che può derivare da questa disabilità favorendo la comunicazione sociale.
Con l’identificazione precoce e l’intervento, due bambini su tre in età scolare migliorano le capacità di comunicazione e la loro padronanza del linguaggio.

La ricerca Americana mostra che i bambini che migliorano maggiormente, spesso sono quelli che ricevono una terapia logopedia volta “all’oralmotor”, cioè alle esercitazioni prassiche, spesso questo aspetto del linguaggio viene sottovalutato e non si crea un momento logopedico puro nel piano riabilitativo.

E’ importante intervenire su tutti gli aspetti linguistici e comunicativi in modo sinergico, tutte le figure professionali che interagiscono con il bambino devono avere obiettivi comuni e condivisi e soprattutto la famiglia deve essere il fulcro dell’intervento.
A volte solo per caso scopriamo la chiave per aprire la porta di un mondo tutto da scoprire…

PER SAPERNE DI PIU' CONTATTA LA NOSTRA LOGOPEDISTA ALLO 011 1987 9421 O SCRIVI A segreteria@poliambulatorioes.it

http://www.poliambulatorioes.it/269/dottssa-cantoia-valentina

 

I dolori al seno sono molto comuni. Le cause possono essere molteplici e in genere non sono gravi.
Consigliamo di consultare il medico o di effettuare una mammografia o una ecografia mammaria se:

⚠️  il dolore tale da impedire di svolgere le normali attività
⚠️  il dolore peggiora o non si arresta
⚠️  si avvertono i sintomi di un’infezione, come gonfiore, arrossamento e surriscaldamento del seno o compare la febbre

Sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità:

Il dolore al seno, noto anche come mastalgia, colpisce gran parte delle donne ad un certo punto della vita. Può manifestarsi in diverse forme, dal senso di pesantezza, al dolore intenso, alla sensazione di bruciore in ogni parte del seno e delle aree circostanti. Molte volte, il dolore è ritenuto segno di un problema serio come, ad esempio, un tumore al seno ma di per sé è raramente indice della sua presenza.

 

Le cause di dolore al seno includono:

 

  • cambiamenti ormonali legati al ciclo mestruale
  • stato di gravidanza
  • noduli al seno
  • mastite
  • ascesso mammario
  • lesioni al seno
  • problemi dovuti all’allattamento
  • inconvenienti legati a medicazioni
  • tumore al seno (sebbene il dolore non sia frequente)

 

Dolore dovuto a cambiamenti ormonali legati al ciclo mestruale

 

Le variazioni nei livelli ormonali possono causare dolore al seno nei casi in cui:

 

  • il ciclo mestruale sia ancora attivo (non si è ancora in menopausa) o si stia seguendo una terapia ormonale sostitutiva (TOS)
  • il dolore si faccia sentire nello stesso periodo ogni mese, generalmente da uno a tre giorni prima delle mestruazioni e si attenui al loro termine
  • il dolore sia diffuso a entrambi i seni (sebbene a volte il dolore si avverta solo da una parte)

 

Per attenuare il dolore è consigliabile indossare un reggiseno specifico per lo sport, anche di notte e durante l’attività fisica, prendere medicinali antidolorifici da banco come, ad esempio, quelli a base di paracetamolo o ibuprofene o applicare gel a base di ibuprofene o diclofenac. Se non si riesce a alleviare il dolore, è consigliabile rivolgersi al medico di famiglia che potrà prescrivere farmaci per il controllo dei livelli ormonali come danazolo, tamoxifene o goserelina.

 

Stato di gravidanza

 

Indolenzimento e sensibilità del seno, talvolta, sono segnali precoci di una gravidanza, se associati a:

 

  • interruzione del ciclo mestruale
  • sensazione di nausea e stanchezza
  • necessità di urinare con più frequenza
  • alterazioni del gusto e dell’odorato e voglia di cibi specifici

 

In presenza di questi disturbi (sintomi) si può fare in autonomia, a casa, un test di verifica della gravidanza.

 

Noduli al seno

 

Ci sono vari tipi di noduli al seno, alcuni dei quali provocano dolore:

 

  • fibroadenoma, nodulo duro e liscio che può cambiare posizione nella mammella e, in genere, è più diffuso tra le donne giovani
  • cisti, formazione contenente una sostanza fluida che si sviluppa nel tessuto mammario, più comune nelle donne sopra i 35 anni
  • mastite e ascessi mammari

 

La maggior parte dei noduli al seno non desta preoccupazione, ma occorre consultare il medico di famiglia per accertarsi che non costituiscano il segno di una malattia seria come, ad esempio, un tumore. La terapia dipende dal tipo di nodulo; in alcuni casi non occorre alcuna cura.

 

Mastite

 

Si verifica quando il tessuto di cui è costituito il seno (tessuto mammario) si infiamma a causa di una infezione batterica, o per cause legate all’allattamento, arrossandosi, gonfiandosi e provocando dolore. La mastite può anche causare:

 

  • arrossamento e rigonfiamento del tessuto mammario che si surriscalda
  • sensibilità del seno
  • formazione di un nodulo o di un’area solida nel tessuto mammario
  • secrezione dai capezzoli
  • disturbi di tipo influenzale, come indolenzimento, febbre e brividi di freddo

 

Se si sospetta una mastite, è opportuno contattare il medico di famiglia perché se non si interviene con una cura, ad esempio di antibiotici, si potrebbe andare incontro ad un ascesso.

 

Ascesso del tessuto mammario

 

L’ascesso provoca la formazione di pus, generalmente dovuto a un’infezione batterica. È doloroso e i noduli infiammati possono arrossarsi e riscaldarsi fino a generare infiammazione nell’area circostante e a provocare la febbre. In questi casi, è bene consultare il medico di famiglia per valutare se sia necessaria una cura antibiotica e, eventualmente, l’aspirazione del pus.

 

Danni al seno

 

Il dolore al seno può derivare da un danno (lesione) ai muscoli, alle articolazioni o alle giunture presenti nell’area del petto, oppure può essere trasmesso dai nervi della zona toracica dando la sensazione che il dolore si sviluppi dal seno. Alcuni esempi di danni che causano dolore al seno includono:

 

  • stiramento di un muscolo toracico
  • lesione al collo, alla spalla o alla schiena
  • costocondrite, infiammazione nell’area di congiunzione delle costole (coste) alle ossa della cassa toracica
  • intervento chirurgico precedente (pregresso) al seno

 

Il dolore al seno può essere provocato da una lesione se lo si avverte concentrato in un punto e se peggiora con il movimento. Per alleviarlo può essere utile indossare un reggiseno specifico per lo sport e prendere dei farmaci antidolorifici, se consigliati dal medico; a volte, se il dolore persiste, possono essere necessarie iniezioni di farmaci corticosteroidi e anestetici locali.

 

Problemi dovuti all’allattamento

 

Il dolore durante l’allattamento può dipendere da:

 

  • ingorgo mammario, vale a dire un’ostruzione dei dotti lattiferi
  • mastite, dolore e gonfiore causati dall’ostruzione dei dotti lattiferi dovuti a un’infezione batterica
  • ascesso mammario, formazione dolorosa di pus che si produce in caso di mastite non curata
  • infezione da candida ai capezzoli, in caso di piccole ferite ai capezzoli

 

Nel caso il dolore si produca in concomitanza con l’allattamento, è consigliabile rivolgersi al personale dei reparti di ostetricia per sapere come attenuarlo.

 

Inconvenienti legati a medicazioni

 

A volte il dolore al seno può essere un effetto indesiderato di alcuni medicinali:

 

  • contraccettivi, la maggior parte di quelli a base di ormoni come, ad esempio, pillole anticoncezionali, cerotti, iniezioni e dispositivi intrauterini, può causare tensione al seno
  • antidepressivi, come la sertralina
  • antipsicotici (utilizzati per curare alcune malattie mentali) come l’aloperidolo

 

È buona regola accertarsi, leggendo il foglietto illustrativo del farmaco che si sta assumendo, se il dolore, o la tensione, al seno rientrino tra gli effetti indesiderati (effetti collaterali). Occorre rivolgersi al medico di famiglia nel caso in cui il dolore divenga particolarmente intenso poiché potrebbe essere necessario cambiare farmaco.

 

Tumore al seno

 

Raramente il dolore di per sé è riconducibile alla presenza di un tumore al seno che, con più probabilità, si manifesta con disturbi (sintomi) quali:

 

  • presenza di un nodulo solido che rimane localizzato in un’area del seno
  • cambiamento di dimensione o di forma di uno o di entrambi i seni
  • presenza di secrezione dal capezzolo con striature di sangue
  • avvallamento del seno
  • arrossamento del capezzolo o dell’area circostante
  • capezzolo rientrato

 

Se si sospetta di avere un tumore al seno bisogna rivolgersi subito al medico di famiglia per eseguire gli accertamenti necessari.

 

 

 

È bene consultare il medico se:

 

  • il dolore è particolarmente intenso, tanto da impedire di svolgere le normali attività
  • il dolore peggiora o non si arresta
  • si avvertono i sintomi di un’infezione, come gonfiore, arrossamento e surriscaldamento del seno o compare la febbre
  • si manifestano i sintomi collegati alla presenza di un tumore

 

Il medico di famiglia, esaminando il seno e informandosi sui disturbi presenti, cercherà di risalire alla causa del dolore oppure prescriverà una radiografia o una ecografia presso un centro specializzato. Dover eseguire tali, ulteriori accertamenti potrebbe provocare un certo allarme ma si tratta di normali controlli che non servono solo per accertare il tumore del seno. La maggior parte delle donne che si sottopongono a questi esami non risultano, infatti, colpite da tumore.

 

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La Genotechnology e l'Ossigeno Terapia sono trattamenti estetici, non invasivi e garantiscono risultati immediati. La Genotechnology è particolarmente indicata per chi desidera contrastare i segni dell'invecchiamento, basandosi sullo studio del proprio DNA. L'Ossigeno terapia è invece più adatta per risolvere problemi di acne, psoriasi, dermatite seborroica e cicatrici da ferite. Il Trattamento più adeguato verrà deciso insieme al consulente. L'Istituto ES propone periodicamente delle prove gratuite di ciascun trattamento. 

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La demenza senile consiste nella presenza di danni al cervello causati dalla mancata comunicazione tra cellule che modificano comportamenti, pensieri e facoltà intellettive.

Per diagnosticare la malattia il medico esegue un esame obiettivo su cambiamenti di pensiero e di attività quotidiane e analisi di laboratorio.

Demenza senile è il termine medico che indica un gruppo di malattie neurodegenerative dell'encefalo, tipiche dell'età avanzata e caratterizzate da una riduzione graduale - e quasi sempre irreversibile - delle facoltà cognitive di una persona.
La demenza senile rientra nella più ampia categoria delle demenze.
Le demenze sono patologie neurodegenerative dell'encefalo, che possono colpire persone anziane e persone più giovani, e che determinano un progressivo declino delle facoltà cognitive di un individuo.

COSA NON È?

I medici tengono a precisare che, nonostante determinino manifestazioni molto simili, la demenza senile e il cosiddetto declino cognitivo legato all'età avanzata sono due condizioni mediche differenti.
Infatti, il declino cognitivo legato all'età avanzata – noto anche come deterioramento cognitivo dell'età avanzata – è un normale processo involutivo a cui va incontro il cervello, durante l'invecchiamento.
Tale processo involutivo comporta: una graduale riduzione del volume cerebrale, la perdita di diversi neuroni e un'inefficiente trasmissione dei segnali nervosi.

TIPI DI DEMENZA SENILE

Le principali malattie neurodegenerative dell'encefalo, che fanno capo alla voce "demenza senile", sono:

  • Il morbo di Alzheimer o malattia di Alzheimer. Il morbo di Alzheimer può colpire anche adulti giovani, trentenni. In questi frangenti, la malattia è nota come Alzheimer giovanile, ha probabilmente cause di tipo genetico e non rientra tra le forme di demenza senile.
    La demenza vascolare
  • La demenza a corpi di Lewy.

In Italia, le persone con una forma di demenza sono circa l'1,5% della popolazione sopra i 65 anni e più del 30% della popolazione sopra gli 80 anni.


Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/demenza-senile.html

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Il disturbo della memoriaamnesia è un disturbo presente in molti tipi di patologie (traumatiche, infettive, tossiche, vascolari, degenerative, metaboliche) e consiste in una riduzione più o meno grave della capacità di apprendere e ricordare informazioni ed avvenimenti immagazzinati in precedenza.

Per comprenderne meglio i disturbi è necessaria una premessa sulla definizione e sul meccanismo fisiologico della memoria.  

La memoria è la capacità del cervello di conservare informazioni, ossia di assimilare, ritenere e richiamare, sotto forma di ricordo, le informazioni apprese durante l'esperienza o per via sensoriale. Da questo si deduce che la capacità di apprendimento e di immagazzinamento dei dati acquisiti rende possibile la conoscenza da cui dipendono tutte le nostre azioni soggettive e le condotte sociali, che sono appunto fondate sul recupero a livello della consapevolezza delle informazioni precedentemente archiviate.

Il più diffuso criterio di classificazione della memoria si basa sulla durata della ritenzione del ricordo, identificando tre tipi distinti di memoria: la memoria a breve termine, la memoria a lungo terminee la memoria sensoriale.

La memoria a breve termine o memoria primaria è quella parte di memoria che si ritiene capace di conservare una piccola quantità di informazioni chiamata span (tra i 5 e i 9 elementi) per una durata di 20 secondi circa. Attualmente, gli psicologi cognitivi preferiscono definirla memoria di lavoro.

La memoria a lungo termine, capace di conservare una quantità enorme, anche se non infinita di informazioni, viene suddivisa in memoria semantica (legata alla comprensione del linguaggio), memoria episodica (relativa agli eventi) e memoria procedurale (relativa alle azioni e procedure per eseguire comportamenti complessi).

La memoria sensoriale immagazzina, per la durata di pochi secondi o millisecondi, informazioni uditive (memoria ecoica), visive (memoria iconica), tattili, olfattive e gustative.

I processi mnemonici dal punto di vista neurofisiologico avvengono grazie alla modifica, indotta dal segnale, delle connessioni sinaptiche di una specifica rete neuronale, il cui il mediatore è il Glutammato, dapprima nell'ippocampo (che codifica le informazioni) e poi nella corteccia cerebrale (dove i dati vengono definitivamente conservati). L'amigdala riveste un ruolo importante nel modellamento e nella conservazione della memoria, dato che è l'organo deputato a conferire una colorazione emozionale ed affettiva ai ricordi. L'IGF-1 (insulin-like growth factor) o somatomedina è fondamentale per immagazzinare i ricordi e farli rimanere più a lungo stimolando le connessioni interneuronali e migliorando quindi la memoria.

Da quanto è stato esposto emerge che il sistema limbico, di cui fanno parte ippocampo ed amigdala, esplica una funzione fondamentale nel mantenimento della memoria che consiste nel registrare di continuo eventi ed esperienze, codificare le informazioni ricevute ed infine recuperare le informazioni archiviate. Se viene alterata una di queste tre fasi si assiste alla comparsa del disturbo della memoria.

Come principio generale, quando si instaura un disturbo della memoria di fissazione i nuovi ricordi non riescono a fissarsi e sostituire per aggiornamento i vecchi, mentre un disturbo alla memoria di rievocazione non permette ai vecchi di tornare in mente e tutti i ricordi sono continuamente aggiornati, fino alla scomparsa, nei casi più gravi, della percezione del proprio passato.

La perdita di memoria è chiamata amnesia, che può essere anterograda (quando non è più possibile apprendere e ricordare eventi dopo l'evento lesivo) o retrograda (quando viene cancellata la memoria relativa ad un periodo di tempo variabile antecedente alla data della lesione). L’amnesia retrograda è di frequente osservazione nei casi di trauma cranio-encefalico moderato o severo, per cui il soggetto non ricorda l’evento traumatico e le sue modalità di accadimento. L’amnesia lacunare definisce una perdita di memoria che interessa solo un breve periodo di tempo, limitato ad alcune ore o al massimo a giorni, in cui il paziente non ricorda quanto accaduto e si distingue dall'amnesia retrograda, che causa invece la perdita di memoria di tutto il passato del paziente.

Se l'amnesia anterograda è associata all’amnesia retrograda si parla anche di amnesia globale. L’amnesia può essere transitoria (come nel caso di un evento traumatico, con successivo ripristino della normale funzionalità mnemonica); stabile (se provocata da un evento morboso grave, come ad esempio nell’arresto cardiaco); progressiva (se riscontrata in malattie degenerative, come la malattia di Alzheimer).

http://www.poliambulatorioes.it/420/giornata-di-screening-delle-funzioni-cognitive

Tra gli altri disturbi della memoria si annoverano:

  • La paramnesia, cioè la falsificazione della memoria attraverso una distorsione del ricordo.
  • L'ipermnesia o ipertimesia quando si possiede una esagerata memoria autobiografica tale da permettere il ricordo di gran parte degli eventi vissuti nella propria vita.
  • L'allomnesia, ovvero i ricordi falsati in termini di spazio o tempo per errore di locazione.
  • L'ecmnesia è un disturbo della memoria, di tipo allucinatorio, in cui alcuni soggetti trasformano i ricordi del passato in esperienze attuali: in altre parole il passato si manifesta come se fosse presente.
  • La rimozione, cioè la dimenticanza inconsapevole di eventi considerati inaccettabili. Spesso alla rimozione si associa il ricordo paravento (o ricordo di copertura) ossia un ricordo che a livello conscio è tollerabile ma che nasconde, inconsciamente, un evento traumatico.
  • L'immagine eidetica, un ricordo visivo vissuto talmente vividamente da sembrare un'allucinazione.
  • La letologia, che è la temporanea incapacità di ricordare un nome proprio o di un oggetto.
  • La disnomia è la difficoltà o incapacità a richiamare alla memoria la parola corretta quando è necessaria che si manifesta nei soggetti confusi, isterici, in casi di epilessia temporale e nei soggetti intossicati dall'assunzione di allucinogeni.
  • Il lapsus memoriae, spesso dovuto a momentanee confusioni o a vuoti di memoria e quindi all'affiorare di pensieri dall'inconscio e dal subconscio.

Diagnosi Diagnosi

Se il disturbo della memoria comincia ad essere persistente e ad avere un’intensità tale da creare un crescente disagio, pur non inficiando la autonoma esplicazione delle occupazioni della vita di tutti i giorni, è necessario sottoporsi ad una visita neurologica.

Il primo step diagnostico deve consistere nella valutazione dello stato neurologico del soggetto (livello di coscienza e di attenzione, integrità dell’eloquio, della capacità di lettura e scrittura, etc.) seguito da un attento esame del suo stato psicologico, per escludere che si trovi in una temporanea condizione di demotivazione personale o di depressione, fattori che notoriamente incidono sul suo livello di attenzione e che potrebbero indurre alla erronea conclusione di ascrivere un deficit di memoria a disturbo cognitivo.

Il passo successivo consiste nella somministrazione di test neuropsicologici che devono consentirne una valutazione quantitativa del disturbo di memoria in quanto il paziente può minimizzare o addirittura negare l’esistenza di problemi mnesici o al contrario sovrastimare dimenticanze anche modeste riscontrate nel corso delle attività quotidiane, attribuendole alla insorgenza di una patologia neurologica degenerativa. Il risultato dei test è espresso da un punteggio che esprime di quanto le prestazioni del paziente si discostino da quelle rilevate su campioni di controllo con caratteristiche analoghe di età, sesso e scolarità.

I test della memoria a breve termine (MBT). Sono rivolti a definire la massima capacità di immagazzinamento (Span) di materiale nella memoria a breve termine.

  • Digit Span (in versione Forward e Backward): il soggetto deve ripetere delle coppie di sequenze di cifre (in avanti nel Forward o a rovescio nel Backward) nello stesso ordine in cui vengono pronunciate dall’esaminatore. L’89% dei sogggetti normali ha uno span fra 5 e 8; uno span di 4 è considerato borderline mentre 3 è nettamente deficitario.
  • Test di Corsi: si propone, toccando con l’indice, una sequenza standard di lunghezza crescente di cubetti numerati; appena terminata la dimostrazione si chiede al soggetto di riprodurla. Il test consente la misura dello span di memoria visuo-spaziale il cui valore di punteggio medio è uguale a 5 su un campione di 321 soggetti italiani.

 I test della memoria a lungo termine (MLT)

Servono a valutare la capacità dei processi di analisi ed elaborazione dell’informazione assunta in MBT per l’immagazzinamento nella MLT.

  • Memoria di prosa: l’esaminatore legge un raccontino e chiede al soggetto di ripeterlo (rievocazione immediata); dopo la rievocazione, viene letto una seconda volta ed ha luogo la seconda ripetizione (rievocazione differita). Il punteggio massimo per ogni rievocazione è 8; il punteggio grezzo è confrontato con i valori medi e le deviazioni standard.
  • Test del breve racconto: somministrato in modo analogo al precedente, ma è riferito ad un fatto di cronaca che viene letto dall’esaminatore. In questo test esistono differenze tra i punteggi medi in funzione dell’età e della scolarità e sono significativamente diversi fra maschi e femmine.
  • Coppie di parole: l’esaminatore pronuncia delle parole che devono essere ripetute nel medesimo ordine. Se il soggetto rievoca correttamente almeno 2 stringhe su 3, si passa alla stringa di lunghezza maggiore. Lo span è rappresentato dalla seriepiù lunga per la quale sono state ripetute correttamente almeno due stringhe.
  • La memoria episodica recente: si mostrano tre oggetti di uso comune che vengono poi nascosti in 3 posti diversi; dopo 10-15 minuti si chiede al soggetto quali oggetti sono stati nascosti e dove.
  • Mini Mental State Examination (Folstein et al, 1975): è il test di più frequente adozione per la valutazione dei disturbi dell’efficienza intellettiva in quanto fornisce un quadro del livello cognitivo globale del paziente (l’orientamento spazio-temporale, la memoria a breve termine, la memoria di lavoro, il linguaggio e le abilità prassico-costruttive). Il punteggio totale è compreso fra un minimo di 0 ed un massimo di 30. Punteggi particolarmente bassi al MMSE (> 18) sono indicativi di un deterioramento cognitivo grave. Un punteggio compreso fra 18 e 23 è indice di una compromissione fra moderata e lieve, un punteggio pari a 26 è considerato borderline.

Se la valutazione neuropsicologica evidenzia un significativo coinvolgimento dei processi di fissazione e di rievocazione mnemonica, si impone il ricorso ad indagini strumentali che hanno il duplice scopo di escludere possibili cause organiche dei sintomi cognitivi e, dall’altro, di valutare il grado di compromissione cerebrale.

A tal fine, prezioso è l’apporto del Neuroimaging fornito in prima istanza dalla TAC (Tomografia Assiale Computerizzata), utile per misurare lo spessore degli emisferi cerebrali, ed ancor più dalla Risonanza Magnetica funzionale dell’encefalo (RMf), che consente di ottenere un’immagine della struttura del cervello molto particolareggiata includendo la perdita progressiva di materia grigia nel cervello, dal "mild cognitive impairment" fino alla malattia di Alzheimer conclamata. Notevole importanza riveste anche la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), che valuta il flusso del sangue nel cervello (ridotto nei pazienti affetti dalla m. di Alzheimer).

Quale corollario al profilo diagnostico della valutazione globale del soggetto che presenta disturbo della memoria occorre citare i test ematici per la determinazione di ferro, glicemia, vitamine, colesterolo ed altro.

Rischi Rischi

Allorquando dopo la sesta decade di vita si renda evidente una forma di deficit della memoria e dell'apprendimento (declino cognitivo lieve), anche non particolarmente grave, è altamente consigliato sottoporsi ad una valutazione neuropsicologica, al fine di individuare la eventuale necessità di un trattamento precoce, perché potrebbe aumentare le probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer negli anni successivi.

Cure e Trattamenti Cure e Trattamenti

Da tutto quanto è stato sinora esposto emerge che al fine di individuare gli interventi terapeutici più opportuni per i disturbi di memoria e concentrazione, quando percepite come rilevanti, è innanzitutto importante identificarne le cause.

Qualora emerga una situazione caratterizzata da ansiadepressione, come fattore rilevante in associazione alle difficoltà cognitive, il soggetto dovrà essere trattato con appropriata terapia farmacologica, eventualmente affiancata da un percorso psicoterapico. Tenendo conto dell’impatto di alcuni farmaci psicotropi sulle prestazioni cognitive, particolare attenzione verrà data alla scelta del farmaco più adatto.

Se sono identificati fattori di rischio, quali ipertensione arteriosa, diabete mellito, dislipidemie, cardiopatie, presbiacusia si agirà nella maniera più opportuna allo scopo di tenerli sotto controllo. Egualmente si dovranno correggere irregolari stili di vita, per minimizzare il rischio del declino cognitivo. È ben noto infatti che i più efficaci fattori protettivi includono costante attività intellettiva, regolare igiene di vita ed adeguata attività fisica.

Trattando della farmacoterapia convenzionale è doveroso puntualizzare che non esistono farmaci “nootropi” miracolosi per la memoria.

L’impiego di alcune vitamine (particolarmente la vit. E) ed i preparati donatori di colina hanno dimostrato effetti positivi nel contrastare l’evoluzione dei sintomi, limitando lo sviluppo delle alterazioni patologiche cerebrali che accompagnano il decadimento cognitivo.

L’omotaurina, trovata inizialmente nelle alghe marine ed attualmente prodotta per via sintetica, ha dimostrato di proteggere il cervello dall’invecchiamento e di migliorare la funzionalità della memoria inibendo la formazione di aggregati fibrillari neurotossici. Si tratta di una molecola associata ad un buon profilo di sicurezza e tollerabilità, che ha mostrato di esercitare benefici effetti cognitivi statisticamente significativi, particolarmente nei domini ADAS-cog della memoria, delle abilità di pianificazione ed esecuzione e delle abilità verbali, in una sotto-popolazione omogenea APOE4+ dello studio ALPHASE. Analisi post-hoc hanno altresì rivelato un’azione neuro-protettiva nella riduzione della perdita di cellule ippocampali.

L’orientamento odierno per la prevenzione della malattia di Alzheimer e delle altre demenze si fonda sull’individuazione di fattori di rischio e sull’adozione precoce di fattori protettivi per il declino cognitivo (controllo della dieta, aumento dell’attività fisica e dell’esercizio mentale) e nella prevenzione medica di comorbidità (controllo dell’ipertensione, del diabete o della dislipidemia).

Concludendo, l’odierno trattamento dei disturbi di memoria consiste innanzitutto in misure preventive ed inuna strategia terapeutica combinata, con utilizzo di farmaci e programmi di riabilitazione cognitiva per il rinforzo delle memoria, che raggiungono il miglior risultato nei pazienti con forme non avanzate. Anche la terapia occupazionale, attuata mediante il coinvolgimento dei pazienti in attività intellettive, sociali e ricreazionali, ha mostrato di ritardare il declino cognitivo e migliorare le attività quotidiane, con il supporto di figure professionali con competenze specifiche in questo ambito.

Per ultimo, non si insisterà mai abbastanza sul valore dell’alimentazione, che deve essere soprattutto parca, perché i pasti abbondanti riducono le prestazioni intellettive e l’efficienza mnemonica,  e ricca di quelle sostanze che hanno dimostrato di favorire le funzioni cognitive. Cibi ideali per la memoria sono gli alimenti ricchi di fosfolipidi (lecitina), fibre, minerali (soprattutto ferro e zinco), vitamine (in particolare acido folico, betacarotene e vitamina C) e antiossidanti (polifenoli, bioflavonoidi, antociani), contenuti in larga parte in frutta e verdura e tè verde. L’alimentazione deve inoltre essere composta da alimenti a basso contenuto di grassi saturi (carni grasse, formaggi e prodotti di origine animale in genere) e di colesterolo e ricca, invece, di grassi insaturi che si trovano in noci, pesci grassi, oli vegetali come quello extra-vergine d’oliva o di girasole.

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L’importanza del collagene per la salute e la bellezza

Si sente spesso parlare di collagene. Ma non tutti sanno cosa sia effettivamente questa portentosa sostanza, anche perché vige ancora l’erronea credenza che il collagene sia un’entità “esterna” rispetto all’organismo.

Il collagene invece è prodotto naturalmente dal nostro corpo. Anzi, si tratta di una delle proteine più presenti nell’organismo, che svolge un ruolo molto importante per la salute e la bellezza.

Scopriamo insieme le sue funzioni principali e come farne scorta.

IL RUOLO DEL COLLAGENE

Utilizzato come rimedio in caso di ustioni gravi della pelle e impiegato anche in medicina estetica come riempitivo, il collagene è una proteina fondamentale perché fornisce la struttura al nostro tessuto connettivo: in sostanza lo “sorregge”, costituendo così il supporto di ossa, muscoli, tendini e legamenti.

Seppur prodotto naturalmente dall’organismo, però, questa fondamentale proteina si può assumere sia a livello sistemico (integratori), sia a livello topico (per esempio, attraverso creme e sieri che lo contengano in buone quantità).

DOVE SI TROVA

Per fare il pieno di collagene attraverso la dieta, si può puntare sulla carne (brodo di ossa e pelle, per esempio), sull’albume dell’uovo e su alcuni vegetali, tra cui i funghi. Anche la vitamina C ricopre un ruolo cruciale nella produzione di collagene, favorendola e potenziandola.

D’altro canto, vi sono alcuni alimenti che invece ostacolano la sintesi di collagene, come gli zuccheri e i carboidrati raffinati.

Esiste, infine, anche il cosiddetto “collagene marino”, o colla di pesce. Quest’ultima viene usata solitamente come addensante nella preparazione di dolci (budini, cheesecake) e antipasti (gelatine). Una sua versione vegetale è l’agar-agar (polisaccaride naturale ricavato dalle alghe).

 

IL COLLAGENE E LA PELLE

Una buona produzione di collagene mantiene la pelle morbida, liscia e giovane. Infatti, questa proteina è indispensabile per fornire sostegno ai tessuti connettivi e per prevenire, dunque, anche rughe, cedimenti e segni del tempo.

La produzione naturale di collagene, però, non rimane costante con il passare degli anni. Anzi, già a partire dai 25 anni di età si assiste a una diminuzione della produzione della proteina, a cui consegue un progressivo indebolimento e cedimento della struttura dell’epidermide.

È come se le fondamenta piano piano cedessero, causando crepe e avvallamenti. Gli effetti del calo fisiologico di produzione di collagene si manifestano con la formazione di rughe e segni della cute, nonché con contorni meno definiti e tonici.

 

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L'ecografia delle anche è un esame non invasivo, ma particolarmente importante, per diagnosticare precocemente la displasia dell'anca del neonato, ossia un'incongruenza tra coscia e bacino che porterebbe ad uno spostamento del femore e causare zoppia. L'ecografia viene effettuata sia ai bambini di sesso femminile che maschile e il periodo migliore è tra 2 e 3 mesi. In caso di displasia è opportuno rivolgersi ad un ortopedico che potrà optare per una terapia posturale o per l'utilizzo di un divaricatore per riposizionare correttamente l'osso del femore.

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Il diabete gestazionale consiste nell'innalzamento smisurato della glicemia e nell'impossibilità del pancreas di produrre l'insulina necessaria ad abbassarne i livelli. La visita di controllo si esegue sin dal primo trimestre attraverso l'esame del sangue. Successivamente si ripete un test di screening tra la 24esima e la 28esima settimana per avere una diagnosi definitiva.

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La sindrome del colon irritabile è un disturbo funzionale con sintomi che non dipendono da alterazioni patologiche dell'organo. I sintomi che si presentano sono DOLORE o TENSIONE ADDOMINALE, alterazione di evacuazione con diarrea o stipsi.

Le cause che portano a questo disturbo possono essere di tipo psicologiche, infatti nell'intestino è presente una sorta di "cervello addominale" che comunica con il cervello. Quindi potrebbe esser utile ristabilire l'equilibrio psico-fisico del paziente.

Altri fattori possonoessere biologici come la sensibilità di visceri, la flora batterica e l'infiammazione di coliti o infezioni intestinali. Per la diagnosi è necessario eseguire altri esami approfonditi come la colonoscopia.

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La valutazione cognitiva prende in esame le funzioni corticali superiori ed in particolare la attenzione, l’orientamento, la memoria, il linguaggio, le funzioni esecutive (ossia la programmazione delle attività) e le funzioni prassiche (ovvero la successione delle attività).

La valutazione dello stato cognitivo dovrebbe essere effettuata sistematicamente nell’anziano in quanto esso influenza le prestazioni funzionali e quindi lo stato di salute del soggetto.

Un recente articolo del British Medical Journal prende in esame le funzioni cognitive dell’anziano e propone una scala di valutazione semplice e facilmente utilizzabile nel contesto delle cure domiciliari.

Le affezioni che più comunemente comportano problemi cognitivi nell’anziano sono la demenza, la depressione e gli stati deliranti.

1. La demenza interessa il 20% della popolazione sopra gli 80 anni,

2. il delirio può colpire fino al 50% degli anziani ricoverati e

3. gli episodi depressivi maggiori colpiscono ogni anno fino al 30% degli ultra 70 enni.

Si definisce “demenza” una sindrome clinica caratterizzata da difficoltà di memoria, disturbi del linguaggio, modificazioni psicologiche e comportamentali e talora sintomi psichiatrici, difficoltà di vario grado nella esecuzione delle attività quotidiane.

Per “depressione” si intende un disturbo psichico caratterizzato da abbassamento del tono dell’umore, perdita di interesse e di piacere nelle attività (anedonia), scarsa cura di sé, perdita di speranza per il futuro, pensieri tristi che possono talora giungere fino a desideri di morte.

Per “delirio” si intende una variazione rapida dello stato di coscienza con agitazione o sonnolenza, scarsa capacità di mantenere la attenzione e di interagire con l’ambiente, ideazione e linguaggio incoerente: esso generalmente insorge in pazienti con precedente deficit cognitivo che incorrano in episodi febbrili, si sottopongano a particolari stress (ricoveri, interventi chirurgici) od assumano farmaci psico-attivi.

La distinzione tra i diversi quadri è molto importante in quanto sia lo stato delirante che la depressione  possono essere efficacemente curati con ripristino dello stato psichico-cognitivo antecedente.

Il medico di famiglia è nelle migliori condizioni per sospettare un deficit cognitivo, in quanto conosce da tempo il paziente ed il suo livello culturale ed intellettivo e può facilmente riscontrare una variazione delle prestazioni cognitive in un arco di tempo.

Come effettuare la valutazione cognitiva dell’anziano

Le prime, più importanti indicazioni ci giungono, come sempre, dalla osservazione diretta, che dovrebbe essere nel contempo minuziosa, accurata e discreta, in quanto i primi segni di declino cognitivo possono essere sottovalutati dai familiari che possono considerarli segni del procedere del tempo e “compensarli” all’interno del nucleo familiare, adattando la organizzazione della vita familiare al declino dell’anziano.

La attenzione del medico andrà focalizzata sul modo di presentarsi del paziente, sul suo modo di vestire, sulla cura di sé: il medico di famiglia è spesso in grado di cogliere il variare di queste caratteristiche in un arco di tempo e di sospettare un declino cognitivo.

Dalla fase di osservazione è opportuno passare ad una discussione aperta,  senza toni inquisitori, ove il medico deve verificare se vi siano stati mutamenti nella vita quotidiana: forse il paziente dimentica scadenze ed appuntamenti, non ritrova oggetti riposti in sedi inusuali, smarrisce soldi o documenti, è soggetto ad infortuni domestici. 

Si invita il paziente a parlare liberamente e si valuta tanto il contenuto quanto la organizzazione del discorso: con tatto e gradualità si devono ricercare disturbi della memoria, specie quella anterograda più precocemente compromessa, ma anche la memoria semantica (significato delle parole) e la fluenza verbale. 

Il modo di esprimersi del paziente può essere poco chiaro, incoerente, interrotto da pause legate ad anomie e coperte con parole “passe partout” o da frasi fatte: può avvenire che il paziente perda più volte il filo del discorso e non ricordi più né l’argomento né il contesto.

Se clinicamente riscontriamo anomalie di questo tipo possiamo formulare una diagnosi di declino cognitivo e passare ad una valutazione del grado di declino e ad un diagnostica differenziale sulle cause.

Un importante supporto al medico viene fornito da alcuni test di valutazione molto affidabili ma che debbono sempre essere utilizzati a complemento della indagine clinica e non in sostituzione di  essa.

I Test di valutazione cognitiva nella medicina pratica

Il test più usato e più ampiamente convalidato nel mondo occidentale è il Mini-Mental State Examination che tuttavia richiede una quantità di tempo non sempre disponibile nella medicina pratica ed è inoltre stato recentemente coperto da un brevetto che ne limita le condizioni d’uso.

Una importante novità ci viene dai colleghi australiani che hanno creato e validato un test molto semplice che ha una sensibilità e specificità diagnostiche (85% ed 86% rispettivamente) che sono raffrontabili con quelle del Mini-Mental, pur richiedendo meno di 4 minuti per il paziente e circa 2 minuti per il care-giver; si tratta del GPCog (General Practice Cognitive Test): date le sue caratteristiche favorevoli esso si è diffuso largamente nei paesi a lingua e cultura inglese.

Ne riportiamo la versione scaricabile in italiano.

Valutazione Cognitiva – modulo

La valutazione delle ipotesi diagnostiche fino alla diagnosi di ragionevole certezza può essere efficacemente riassunta in un semplice schema. Quando il medico, sulla base della valutazione clinica e dei dati forniti dal GPCog formula diagnosi di demenza deve anzitutto escludere che si tratti di una forma depressiva o di uno stato delirante e quindi ricercare accuratamente le forme di demenza secondaria, specie quelle correggibili (cause ormonali, neoplasie cerebrali benigne ecc).

Accertata la presenza di una demenza non secondaria vanno distinte mediante la indagine clinica, la diagnostica per immagini e la consulenza specialistica, le forme di Alhzeimer (50% circa), le forme Vascolari (25% circa), le forme miste, le demenze con corpi di Lewy (15%circa) e le forme meno comuni (demenze fronto-temporali, forme sottocorticali, ad es. secondarie a m. di Parkinson ecc.). 

 

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Il sintomo evidente è un'evacuazione scarsa o insufficiente delle feci. Si parla però di stitichezza solo in caso di un'evacuazione interrotta per un arco di tempo di almeno tre giorni.

Cause

La stitichezza o stipsi può essere dovuta a molteplici cause, infatti di solito è indicata come sintomo da ricondurre sempre a un disturbo su cui è bene indagare. Esistono test come la manometria anorettale, la defecografia, le metodiche neurofisiologiche.  

A livello emotivo la stitichezza è ricollegabile a una tensione che spinge a trattenere sempre e comunque emozioni. Alcuni psicoterapeuti rimandano sia questo disturbo che il suo opposto, la diarrea, al rapporto con la madre

 La stitichezza può essere riconducibile a fattori ormonali (ipotiroidismo), gastrointestinali, o può esser data dall'azione di alcuni farmaci. Si dice idiopatica la stipsi che non è collegabile a nessuno di questi fattori. La stipsi idiopatica può derivare da un colon che non riesce a spingere la massa fecale e rallenta il transito.

Diagnosi

L'obiettivo della diagnosi è quello di studiare il tempo del transito intestinale in coloro che accusano rallentamento del cammino del materiale fecale. 

L'approccio diagnostico primario prevede l'esecuzione di tecniche di più facile applicabilità ed affidabilità per escludere una patología organica colica o anorettale:

  • Rx addome diretto
  • Ecotomografia addominale
  • Rx clisma opaco
  • Colonscopia

Successivamente si può ricorrere a tecniche più sofisticate, in caso di risultati dubbi.

CURE NATURALI CONTRO LA STITICHEZZA

La prima cosa da correggere è il regime alimentare: bisogna privilegiare un’alimentazione ricca di semi di lino, cereali integrali, legumi, semi oleosi, frutta e verdura di stagione a scapito di alimenti confezionati o un eccesso di proteine animali. 

Per facilitare il transito intestinale occorre aumentare l’apporto di fibre, che si ottiene facilmente preferendo cibi come i cereali integrali alle farine raffinate (pasta bianca e pane bianco).

Anche l'assunzione di alimenti ricchi di prebiotici naturali, quali cipolle, asparagi, carciofi, frumento, soia, porri, banane, aglio, cicoria e indivia belga, aiuta contro la stitichezza, contribuendo a riequilibrare la flora intestinale.

Variare i cereali utilizzando anche farro, orzo e riso integrale ci permette di sfruttare le qualità dei chicchi non solo per le fibre ma anche per le proprietà lenitive e decongestionanti che hanno sulle mucose intestinali.

E’ necessario poi che nell’organismo ci sia un buon livello di idratazione bevendo regolarmente e introducendo ai pasti verdure ricche di acqua di vegetazione (vari tipi di insalate a foglia verde, indivia, cetrioli, finocchi). I frutti da preferire sono quelli ad azione lassativa come kiwi, mela con la buccia, pera matura e prugne secche.

Va inoltre stimolato il fegato con verdure amare (cicoria, cime di rapa, puntarelle, carciofi, ortiche, radicchio) non bollite ma ripassate in padella con aglio e olio extravergine di oliva.

Nella stipsi cronica è utile bere la mattina a digiuno una soluzione di acqua, limone e miele che si prepara sciogliendo un cucchiaio di miele in 100ml d’acqua in cui si aggiungerà il succo di mezzo limone.

 

Omeopatia

In omeopatia i rimedi adottati più di frequente per la stitichezza sono molteplici e dipendono dal tipo di stipsi. Se si tratta di stitichezza senza stimolo, se con evacuazione insoddisfacente, se difficoltosa, se legata a condizioni particolari (in viaggio o per ragioni ambientali). Ad ogni modo è necessario individuare il trattamento omeopatico di fondo: Graphites, Lycopodium, Silicea. 

 Esercizi

L’attività fisica per chi soffre di stitichezza è fondamentale. Mettersi in moto significa anche rimettere in moto le funzionalità intestinali. Sono sufficienti 20 minuti di camminata. La respirazione guidata è già un perfetto massaggio viscerale. Come tecnica di autoterapia, potete praticare l’automassaggio addominale. Prendete anche confidenza con il movimento del pavimento pelvico attraverso esercizi di consapevolezza corporea.

Lo yoga è ottimo in caso di stipsi. Urdhva padmasana in sarvangasana (posizione della candela in fiore di loto) migliora la digestione e tonifica gli addominali. Anche Parsva halasana (aratro con le gambe di lato) è utile in caso di costipazione. Jathara parivartasana genera un grande afflusso di sangue a livello di stomaco, fegato e milza.


 

 

 

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L’attacco di panico è un episodio improvviso di ansia e paura che si manifesta con evidenti sintomi fisici come sudorazione, vertigini, palpitazionie ecc.. La sensazione è quella  di perdere il controllo e avere un attacco di cuore. L' attacco di panico è dovuto ad un forte stress o stato d'ansia dovuto a particolari eventi o momenti nella vita. 

Come curare gli attacchi di panico?

I rimedi all’attacco di panico variano in base alla gravità. L’attacco di panico è grave quando si presenta con una certa frequenza e in questi casi è necessaria, oltre alla psicoterapia, una cura farmacologia. Altrimenti un percorso psicoterapeutico è sufficiente per risolvere il problema . In particolare è particolarmente indicata  la terapia cognitivo comportamentale che come vantaggio principale ha il fatto d’essere, non solo efficace, ma anche relativamente breve.

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Cos'è la logopedia

La logopedia è una disciplina che mira alla diagnosi e alla cura dei disturbi della comunicazione. La comunicazione è fatta di moltissime cose oltre alle parole: gesti, tempi di conversazione, intonazione della voce, costruzione della frase, scelta di alcune parole piuttosto che di altre.

Insomma comunicare non è solamente parlare, come parlare non significa necessariamente comunicare. Ad esempio, quante volte avete sentito parlare qualcuno con un’intonazione della voce così monotona da non riuscire più a seguire il discorso distraendovi?

La logopedia è proprio la scienza che studia tutto questo, o meglio è la scienza che studia la patologia che investe tutto questo; è quella che risponde alle domande: - Perché non riesco a parlare bene? - Come posso curare il mio difetto di pronuncia? - Perché balbetto? - Come posso curare il mio disturbo del linguaggio? - Perché non capisco quello che ascolto? Perchè ho la voce rauca? -  Come posso curarla? - Perché il mio bambino parla male? - Perché il mio bambino ancora non parla? - Perché il mio bambino pronuncia male alcune lettere? - Perché il mio bambino non sa leggere bene?  E a tante, tante altre domande.

Cos'è un logopedista

Un logopedista è il professionista che effettua la diagnosi e prende in carico un paziente con disturbi di linguaggio.

Il logopedista ha una laurea che lo abilita alla professione e lavora fianco a fianco a medici specialisti che gli inviano i pazienti per la riabilitazione.

Come lavora il logopedista? Per rispondere a questo quesito è necessario svelarvi tutte le fasi del suo lavoro:

  • Anamnesi: la prima cosa che fa il logopedista è raccogliere dati; l’anamnesi consiste in domande che mirano a scoprire se ci sono notizie rilevanti nel passato del paziente, nella sua storia clinica o in quella della sua famiglia. Per farvi un esempio, sapere che la mamma di un bambino ha parlato per la prima volta all’età di 4 anni può essere un indizio della presenza di familiarità per ritardo di linguaggio.
  • Test e osservazione: la diagnosi vera e propria si effettua molto spesso con la somministrazione di test che, confrontati con i dati di normalità, danno degli indici quantificabili del grado di disturbo. Tuttavia non tutti i disturbi del linguaggio prevedono l’applicazione di test, delle volte una conversazione e la semplice osservazione del bambino può fornire un quadro della situazione. L’esperienza e la preparazione del logopedista sono fondamentali. Alcune volte saranno necessarie delle consulenze da parte di figure esterne (psicologo, otorinolaringoiatra, neuropsichiatra infantile, psicomotricista, fisioterapista etc.)
  • Presa in carico: in caso di necessità, se il logopedista ritiene di dover prendere in carico il paziente sottoponendolo ad una terapia di riabilitazione farà, insieme al paziente, un piano di lavoro mirato al recupero dei disturbi. A seconda del disturbo le sedute possono variare da 1 a settimana ad un intervento quotidiano, le tempistiche sono molto variabili.
  • Test conclusivo o di controllo: durante o a fine terapia il logopedista effettua nuovamente l’eventuale test per monitorare il miglioramento della situazione. È d’obbligo fare un appunto: il logopedista generalmente stila una vera e propria relazione sulla condizione del paziente, la sua decisione di effettuare da 1 a 5 sedute a settimana non dipende dalla patologia, ma molto più dal paziente. Supponendo di avere due bambini con ritardo del linguaggio, dove entrambi semplicemente hanno difficoltà a pronunciare “la lettera S” (che nel nostro gergo si chiama fonema), potrebbero avere bisogno di tempi diversi e di approcci diversi perché fondamentalmente sono bambini diversi. Troppo spesso ci si paragona ad altre situazioni cliniche non dimenticando che siamo tutti casi a sé stanti!
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L'Istituto Es è impegnato anche nello sviluppo delle tecniche di medicina della riproduzione e opera in affiancamento a strutture riconosciute su scala nazionale per l'applicazione della legge 40/2004, sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), in pieno accordo con l'approccio graduale, secondo cui la coppia accompagnata e supportata alla procreazione assistita dopo una diagnosi specifica e accurata e dopo tutti i provvedimenti terapeutici volti a ottenere un concepimento naturale.

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L' ecocardiogramma è un esame diagnostico che, attraverso uno strumento che si avvale dell'uso di ultrasuoni, permette di verificare lo stato di salute del cuore, delle valvole e del flusso di sangue.
L'ecocardiogramma è particolarmente indicato per valutare cardiopatie congenite, malattie delle valvole cardiache ed a seguito di interventi cardiochirurgici.

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Riscontri delle differenze nella tua capigliatura...un aumento della caduta? Quando la calvizie è ormai evidente significa che hai perso oltre il 50% dei tuoi capelli!

Non indugiare oltre!

CALVIZIE PRECOCE, DIRADAMENTO, STEMPIATURE, FORFORA, SEBORREA, CAPELLI SFIBRATI, DANNI CAUSATI DA PERMANENTE, COLORE O STRESS :

i nostri dermatologi specializzati analizzeranno ed identificheranno quanto la perdita sia legata ad un fattore androgenetico o a fattori legati legati a problematiche differenti, e ti indicheranno il trattamento TRICOLOGICO più idoneo per le tue problematiche capillari:

Si potrà così agire con successo contro la degenerazione follicolare, ripristinando il normale equilibrio fisiologico dei capelli.

 

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La psoriasi è una dermatite cronica che comporta lesioni caratterizzate da pelle ispessita con aspetto squamoso. Le cause della psoriasi possono essere diverse; può esser un problema legato al sistema immunitario oppure a stress, infezioni o farmaci. 

La psoriasi può manifestarsi a qualsiasi età, di solito tra i 15 e i 35 anni in in forma lieve o grave tanto da condizionare negativamente la vita delle persone. Non è possibile curarla ma solo tenerla sotto controllo, anche per un lungo periodo.

I rimedi variano a secnoda della gravità. In forma lieve e moderate, il dermatologo utilizza topici emollienti, cheratolitici, steroidi e derivati della vitamina D. Per le forme più impegnative possono essere richiesti farmaci sistemici.

 

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Nella maggior parte dei casi i sintomi di un infarto sono difficili da identificare. Se avvertite un forte dolore improvviso nella zona del petto che si estende fino al braccio sinistro o alla schiena, dovete intervenire subito, poiché siete in serio pericolo di morte.

Tuttavia, quando si tratta di un pre-infarto o angina pectoris, la situazione non è così pericolosa anche se è comunque richiesta un’immediata attenzione medica. Questo disturbo, infatti, è un chiaro segnale che c’è qualcosa che non va nel nostro corpo. 

A seguire descriviamo i segnali da tenere sotto controllo al fine di riconoscere un pre-infarto e prevenire problemi molto più gravi.

La prima cosa da chiarire è in cosa consista un episodio di pre-infarto. Il pre-infarto rappresenta un’alterazione del corretto funzionamento del muscolo cardiaco, chiamato  miocardio. L’errato funzionamento di questo muscolo provoca un forte dolore al petto, il quale si produce perché il cuore non sta ricevendo il normale flusso di sangue. Questo dolore al petto può apparire con una certa frequenza e in forma acuta, dato che si tratta di un chiaro segnale di una malattia delle arterie coronariche in corso. Tale condizione richiede un trattamento specializzato che può essere prescritto da un cardiologo.

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Soli, vulnerabili, a rischio depressione. Secondo una nuova ricerca americana smartphone e social media hanno radicalmente cambiato ogni aspetto della vita degli adolescenti causando una delle peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni. "Effetti significativi sulla mente e sul sonno appaiono dopo due ore al giorno sui dispositivi elettronici.

Sarebbe importante quindi che i ragazzi non superassero questo confine di tempo" spiega  Jean M. Twenge autrice della ricerca e del saggio "Generazione iGen". 

Chi non ricorda delle giornate passate con gli amici alle panchine del parco, in piazzetta, alla gelateria del paese, a chiacchierare di scuola, famiglia, nuovi amori. Ci si confrontava con i coetanei su sentimenti ed emozioni forti. A volte si litigava, ci si alleava e ci si riappacificava.

Oggi, invece, i ragazzi non hanno più punti di ritrovo "fisici", ma solo virtuali: Instagram o Snapchat.

Tanto è forte il collegamento tra lo smartphone e i comportamenti adolescenziali che la professoressa Jean M. Twenge, docente di psicologia della San Diego State University, nel suo nuovo saggio ha definito questa generazione "iGen": generazione iphone. 


La Twenge da venticinque anni studia i trend generazionali. 
Ha lavorato sul senso di ribellione dei baby boomer (i nati dal 1945 al 1965), sul desiderio di indipendenza della generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980), sull’individualismo dei Millennials  (nati tra il1980 e il 2000). 

 

E confrontando i dati comportamentali di queste ultime generazioni ha scoperto che i teeneger Usa di oggi sono più depressi, passano meno tempo con gli amici, sostanzialmente sono più soli e più vulnerabili e a maggior rischio suicidio.

E alla base di questo drammatico cambiamento, secondo la Twenge, ci sarebbe proprio la diffusione di cellulare e dei social media tra i ragazzi nati dopo il 2000.

 

Ecco il suo studio spiegato alla rivista americana The Atlantic.

L'arrivo dello smartphone ha radicalmente cambiato ogni aspetto della vita degli adolescenti, dalla natura delle loro interazioni sociali alla loro salute mentale.

Questi cambiamenti hanno colpito i giovani in ogni angolo della nazione e in ogni tipo di famiglia. Le tendenze sono le stesse tra ragazzi poveri e ricchi; di ogni etnia; nelle città, nei sobborghi e nei piccoli paesi. 

Lo scopo dello studio generazionale non è quello di cedere alla nostalgia per il passato; ma capire la realtà di oggi. 


1. Gli adolescenti di oggi: fisicamente più sicuri ma psicologicamente più a rischio
Se da un lato si può dire che gli adolescenti di oggi, passando più tempo in camera loro con il cellulare, sono fisicamente più sicuri di quanto gli adolescenti non siano mai stati, psicologicamente invece sono più vulnerabili: i tassi della depressione e di suicidio sono aumentati dal 2011 a oggi.

 

Non è un'esagerazione dire che gli iGen sono sull'orlo della peggiore crisi di salute mentale degli ultimi decenni. E gran parte di questo deterioramento può essere ricondotto all'uso smodato dei telefonini.

Gli studi fatti fino ad ora hanno dimostrato che a caratterizzare una generazione non è mai bastato un unico evento, neppure se catastrofico come una guerra, ma sempre un insieme di eventi.
Oggi però è diverso: l'ascesa dello smartphone e dei social media hanno causato un terremoto di proporzioni mai viste.

 

Ci sono prove che i dispositivi che abbiamo messo nelle mani dei nostri figli stanno avendo profondi effetti sulla loro vita e che li rendono seriamente infelici.

 

2. Dal primo appuntamento alla patente: una generazione in ritardo rispetto alle precedenti
Una delle differenze più lampanti emerse dallo studio è che il fascino dell'indipendenza, così potente alle generazioni precedenti, ha meno influenza sugli adolescenti di oggi. Ad esempio i diciassettenni del 2015 escono molto meno dei quindici-quattordicenni del 2009. 

Lo stesso accade con i primi corteggiamenti. I ragazzi di oggi passano più tempo a chattare tra loro sui telefonini che uscire per un primo appuntamento. Solo il 56% dei ragazzi di oggi ha avuto un primo appuntamento, contro l'85% delle generazioni precedenti. 

Di conseguenza, e questo dato potrebbe essere letto come un trend positivo, c'è stato un calo anche nei rapporti sessuali soprattutto tra i ragazzi di prima superiore: una riduzione del 40% rispetto al 1991.  


Un altro ritardo è nell'età in cui si prende la patente. Sia perché si ha meno voglia di uscire ed essere indipendenti, sia perché spesso mamma e papà fanno da autisti fin oltre i vent'anni. 

La cosiddetta generazione X è quella che più di tutti ha allungato i tempi dell'adolescenza: sono cresciuti prima e diventati adulti tardi. A partire dai Millenials e dalla generazione iGen l'adolescenza inizia più tardi: i ragazzi di 18 anni si comportano più come quelli di 15 e quelli di 15 più come quelli di 13. L'infanzia ora si estende anche al liceo.

Perché gli adolescenti di oggi aspettano più a lungo per assumersi sia le responsabilità che i piaceri dell'età adulta?
In un'economia che premia l'istruzione superiore, i genitori per primi incoraggiano i loro figli a rimanere a casa a studiare piuttosto che a cercarsi un lavoro.
Gli adolescenti, a loro volta, sembrano soddisfatti di questo accordo domestico, non perché sono così studiosi, ma perché la loro vita sociale è vissuta sul proprio telefono. Non hanno bisogno di andarsene di casa per trascorrere del tempo con i loro amici.
Infatti, guardando i dati, gli studenti di oggi passano meno tempo a fare i compiti rispetto ai loro predecessori. 
Inoltre, hanno molto più tempo libero rispetto alle generazioni precedenti. E come lo usano questo tempo? Lo passano al telefono nella loro cameretta. Soli e spesso in difficoltà. 

 

Il numero di ragazzi che si vede con i propri amici è sceso di oltre il 40% dal 2000 al 2015. E il declino è stato più ripido negli ultimi tempi. Il parco, la piazzetta, la pista di pattinaggio, il campo di basket, sono stati sostituiti da spazi virtuali. 

 

3. Più tempo davanti al cellulare, più probabilità di essere infelici
Si potrebbe pensare che gli adolescenti passino così tanto tempo in questi nuovi spazi perché li rendono felici, ma i dati ci mostrano che non è così. 
Il sondaggio "Monitoring the Future survey" del National Institute on Drug Abuse ha rilevato che gli adolescenti che trascorrono più tempo rispetto alla media sulle attività dello schermo hanno più probabilità di essere infelici.

I ragazzi di 13 e 14 anni che passano dieci o più ore alla settimana sui social media hanno il 56 % in più di probabilità di essere infelici rispetto a quelli che passano meno tempo. Certamente, dieci ore alla settimana è molto. Ma quelli che passano sei o nove ore alla settimana sui social media hanno il 47% in più di probabilità di dire che sono infelici rispetto a quelli che utilizzano ancora meno i social media.
L'opposto si verifica con le interazioni personali. Chi passa più tempo con gli amici è più felice di chi ne passa meno. 
Da questo sondaggio emerge che per passare un'adolescenza felice basterebbe mettere giù il telefono e uscire con gli amici.
Naturalmente, queste analisi non dimostrano inequivocabilmente che il tempo dello schermo causa infelicità.  È possibile che gli adolescenti infelici passino più tempo in rete. Ma la ricerca  suggerisce che il tempo passato davanti allo schermo renda davvero infelici.

I social network come Facebook promettono di collegarci agli amici. 
Ma il ritratto dei ragazzi iGen che emerge dai dati è di una generazione solitaria e dislocata.

 

4. A rischio depressione e suicidio
Un altro dato emerso da questo studio è la depressione: più i ragazzi passano il tempo guardando gli schermi, più sono soggetti a rischio depressione.

I tredicenni che usano massicciamente i social media hanno un rischio di depressione più alto del 27%, mentre quelli che fanno sport, volontariato o altre attività hanno un rischio molto più ridotto.

Gli adolescenti che trascorrono tre ore al giorno o più sui dispositivi elettronici hanno il 35% in più di probabilità di avere un fattore di rischio di suicidio, (un rischio molto più alto rispetto a quello di chi passa tanto tempo davanti alla tv). 

Uno dei dati che è emerso e che, nel bene e nel male, descrive questa nuova solitudine, è che dal 2007 sono diminuiti tra gli adolescenti gli omicidi, ma sono aumentati i suicidi. Poiché gli adolescenti hanno iniziato a trascorrere meno tempo insieme, hanno meno probabilità di uccidersi l'un l'altro, ma più probabilità di uccidersi. Nel 2011, per la prima volta in 24 anni, il tasso di suicidio dei teen era superiore al tasso di omicidio (dati Usa n.d.r.).

 

5. La paura dell'esclusione
Ma qual è il collegamento tra gli smartphone e la sofferenza psicologica di questa generazione?
Attraverso il loro potere di collegare i ragazzi tra loro di giorno e di notte, i social aggravano la preoccupazione degli adolescenti di essere esclusi. I ragazzi di oggi quando si riuniscono documentano i loro appuntamenti su Snapchat, Instagram, Facebook. Quelli non invitati ne sono consapevoli. Di conseguenza  il numero degli adolescenti che si sentono esclusi ha raggiunto livelli elevati in tutti i gruppi di età. Come l'aumento della solitudine, la ripresa nel sentirsi esclusi è stata rapida e significativa.

 

Soprattutto il problema riguarda le ragazze che usano di più i social.

Inoltre mentre i maschi risolvono i loro conflitti fisicamente, facendo a botte, le ragazze si fanno la "guerra" soprattutto attraverso le parole e quindi i social diventano gli strumenti ideali per isolare e colpire le "nemiche" fino a commettere veri e propri attacchi di cyberbullismo.

Inoltre le ragazze sono più suscettibili di quello che gli altri pensano di loro. "Quando posto qualcosa su Instagram mi sento nervosa per ciò che la gente penserà. E mi sento triste se vedo che con un'immagine non ottengo molti "mi piace"" spiega Athena, una tredicenne americana.  

 

I sintomi depressivi dei ragazzi sono aumentati del 21% dal 2012 al 2015, mentre nelle ragazze sono aumentati del 50 %, più del doppio.

 

6. Diminuzione delle ore di sonno
Lo smartphone è anche responsabile di una diminuzione delle ore di sonno: molti ragazzi dormono meno di sette ore a notte. 
Ma gli esperti del sonno avvisano che gli adolescenti dovrebbero riposare almeno nove ore. Dai dati risulta che dal 2012 al 2015 il 22% in più dei ragazzi  ha dormito meno di sette ore. 
Questo aumento significativo ancora una volta è legato dalla diffusione del cellulare tra i ragazzi.

Due indagini effettuate sul territorio Usa hanno mostrato che gli adolescenti che trascorrono tre o più ore al giorno sui dispositivi elettronici hanno il 28 % in più di probabilità di dormire meno di sette ore a notte. 
I dispositivi elettronici e i social media hanno una capacità particolarmente forte di disturbare il sonno.
Per esempio i ragazzi che leggono più libri della media, non risultano avere questi problemi di sonno. Anzi, spesso leggere a letto aiuta ad addormentarsi. 
E guardare la tv per molte ore ha un effetto di insonnia minore rispetto allo smartphone. 


La deprivazione del sonno è collegata a una miriade di problematiche: il pensiero e il ragionamento sono compromessi, si è più soggetti a malattie, all'aumento di peso, all'alta pressione sanguigna. E influenza l'umore: le persone che non dormono abbastanza sono inclini alla depressione e all'ansia.

Di nuovo, è difficile tracciare i percorsi precisi del causalità. 
I cellulari potrebbero causare la mancanza di sonno, che porta alla depressione, o i telefoni potrebbero causare la depressione, che porta alla mancanza di sonno. 
O un altro fattore potrebbe causare sia la depressione che la privazione del sonno. Ma lo smartphone, la sua luce blu che brilla nel buio,  probabilmente gioca un ruolo nefasto.

La correlazione depressione e l'uso di smartphone è così forte che i genitori dovrebbero dire ai loro bambini di mettere giù il  telefono. 

Ed è una cosa che molti genitori che lavorano nella Silicon Valley fanno. Lo stesso Steve Jobs limitava l'uso dei dispositivi digitali ai propri figli.

7. E' importante insegnare ai ragazzi a usare il cellulare in modo responsabile e non più di due ore al giorno
Quello che è in gioco non è solo come i nostri ragazzi passano l'adolescenza, ma come diventeranno da adulti.  
L'adolescenza è un momento chiave per lo sviluppo delle competenze sociali.
E se non si passa del tempo con i propri amici si hanno meno opportunità di praticarle. 
Togliere il telefono dalle mani dei nostri bambini è difficile, molto più di quando i nostri genitori ci chiedevano di spegnere la tv. Ma è importante insegnare ai ragazzi a usarlo in modo responsabile.

Ridurre il tempo passato allo smartphone potrebbe impedire ai ragazzi di cadere in abitudini nocive. Effetti significativi sulla salute mentale e sul sonno appaiono dopo due ore al giorno sui dispositivi elettronici. Sarebbe importante quindi non superare questo confine di tempo. 

 

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Il Melanoma è un tumore che può esser diagnosticabile. I primi segnali sono il cambiamento della forma, del colore di un neo, la comparsa di un’infiammazione in corrispondenza di un neo. In questi casi è fondamentale sottoporsi a un controllo.

Può formarsi su qualsiasi superficie della pelle.

Quali sono i fattori di rischio per un Melanoma?

Le possibili cause sono:

  • La familiarità
  • Un pregresso melanoma
  • Un’ elevata presenza di nei nel corpo
  • Cambiamenti climatici
  • Fumo
  • Stress
  • Obesità
  • Le scottature solari nell'infanzia e nell'adolescenza o lunghe esposizioni ai raggi del sole o delle lampade.
  • Stati di immunosoppressione

La diagnosi precoce del Melanoma

La diagnosi precoce è la prima arma per combattere il melanoma, per questo è necessario imparare a conoscere la propria pelle. Tutti devono essere in grado di controllare periodicamente i propri nei e valutando eventuali cambiamenti.

Se ci sono dei sospetti è necessario rivolgersi al dermatologo che utilizza il dermatoscopio digitale ( epiluminescenza), uno strumento che permette di studiare le caratteristiche di comuni formazioni cutanee e che permetto di vedere se si tratta di tumore maligno o benigno.

 

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L’ansia da prestazione riguarda diverse sfere ed aree della vita di una persona, e si manifesta in diversi modi.

Nelle relazioni interpersonali, l'ansia da prestazione si manifesta con la tendenza a dimostrare a tutti i costi di essere accettati, riconosciuti e stimati. A livello lavorativo questa manifestazione può insorgere nel voler dimostrare di essere affermati dal punto di professionale. Ma la modalità d’ansia da prestazione più diffusa è quella che riguarda la sfera sessuale. Il soggetto ha paura di deludere le aspettative del partner e questo genere un’ansia che impedisce di vivere serenamente un rapporto e la sessualità.

La cura contro l’ansia da prestazione consiste nell’intraprendere un percorso psicologico, che possa indagare sulle cause dell’ansia e interrompere questo disagio. A volte può essere utile una psicoterapia, che mette nelle condizioni di lasciar andare i pensieri inconsci che portano al fallimento delle prestazioni, specie in quelle sessuali dove si verificano blocchi dovuti a processi mentali incontrollabili. Nella maggior parte dei casi di problemi sessuali, può esser di grande aiuto un sessuologo, che fa intraprendere un percorso di analisi della vita sessuale del singolo o della coppia, coinvolgendo così anche la partner.

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La visita senologica consente di diagnosticare o escludere la presenza di eventuali patologie della mammella e consiste in una prima anamnesi della paziente, dove si valutano le abitudini quotidiane. Si passa poi ad un'attenta osservazione e palpazione della mammella. In caso di sospetto si proce con la prescrizione di ecografia mammaria, mammografia e biopsia.

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Forse non lo sai, ma nel tuo sangue circolano sostanze riparatrici pronte a scendere in pista quando ti procuri una ferita. Sono le piastrine, che rigenerano in poco tempo pelle e tessuti.

E allora, perché non utilizzarle in forma concentrata per stimolare, in modo biologico, i processi riparativi? Ecco cos’è la Prp  (platelet rich plasma): un campione del proprio plasma sanguigno, arricchito di piastrine autologhe (cioè provenienti dallo stesso organismo), trasformato in una potente medicina. Utile per combattere molti problemi.

 

Se hai i capelli in caduta libera

Le più frequenti forme di alopecia sono due: la androgenetica, legata a un eccesso di androgeni o a un’ipersensibilità dei recettori agli ormoni maschili, e la areata che colpisce per due terzi le donne ed è dovuta a reazioni autoimmuni che indeboliscono il follicolo pilifero.

«La forma androgenetica si manifesta, negli uomini, con lo stempiamento che dalla fronte arriva alla sommità del cranio, mentre nel gentil sesso causa un diradamento anche sulla nuca.

La forma areata, invece, crea delle antiestetiche perdite a chiazze», spiega il dottor Mario Goisis, specialista in chirurgia plastica, estetica e maxillo-facciale a Milano, direttore dei centri Doctor’s Equipe presenti nelle città italiane.

«In entrambi i casi può essere utile frenare la caduta dei capelli con microiniezioni di Prp, fatte su tutto il cuoio capelluto a un centimetro l’una dall’altra (sono circa una cinquantina ma così “micro” e rapide da risultare indolori).

I fattori di crescita liberati dal concentrato piastrinico ossigenano e rivascolarizzano il bulbo pilifero, arrestando la caduta e irrobustendo il fusto. I migliori risultati, come dimostra uno studio pubblicato sul Journal of Trichology, si ottengono non in presenza di calvizie totale ma quando il cuoio capelluto è ancora ricoperto da uno strato di capelli finissimi e radi». Il protocollo prevede tre sedute, una al mese, a 250 € l’una.

 

Se soffri di secchezza vaginale

Al Congresso di medicina antiaging 5CC di Barcellona 2017, la parte del leone l’ha fatta l’estetica funzionale  volta a migliorare non solo l’aspetto ma anche la funzionalità degli organi. E in quest’ottica, la grande novità consiste nell’utilizzo della Prp per combattere l’atrofia vaginale della post-menopausa, che comporta prurito vulvare, secchezza, dolore ai rapporti e difficoltà a raggiungere l’orgasmo.

«Grazie a una decina di microinfiltrazioni sulla vulva, le grandi e piccole labbra e l’area clitoridea, si riesce a rigenerare l’epitelio delle mucose vaginali che, in poche sedute, appare all’esame istologico più spesso, reidratato ed elastico», spiega il dottor Mario Goisis.

«Il trattamento riduce la sensazione di scarso comfort e, ringiovanendo le parti intime dall’interno, le rende sia più ricettive agli stimoli sessuali (migliore lubrificazione e risposta orgasmica) sia più resistenti all’attacco di virus, funghi e batteri».

 

Se vuoi levigare le cicatrici 

Caposaldo della medicina rigenerativa, la Prp serve anche per il trattamento delle cicatrici, da quelle superficiali (come i “buchini” lasciati in eredità dall’acne) a quelle più profonde, dure e in rilievo chiamate cheloidi. «Il protocollo clinico prevede l’associazione della Prp con un laser di tipo ablativo, come il C02 frazionato», premette il dottor Goisis.

«Per le cicatrici da acne ad esempio, si passa prima sul viso il C02, per realizzare un photopeeling, e poi si applica per un’ora una maschera biologica realizzata con il gel piastrinico, che riattiva la rigenerazione cellulare. In caso di cheloidi brutti (tagli cesarei o ferite sul volto cicatrizzate male) si procede, invece, alla loro escissione chirurgica. In pratica vengono asportati e si esegue una sutura.

Quindi, per evitare che anche la nuova cicatrice dia origine a un cheloide, si fanno delle infiltrazioni di Prp lungo i bordi cicatriziali oppure lo si applica per gocciolamento». Uno studio pubblicato questo settembre sul Journal of Surgical Dermatology dimostra che questo protocollo scongiura il rischio di nuovi chelodi nell’ 87% dei casi.

La Prp è efficace anche nella guarigione di piaghe da decubito, ferite e ulcere diabetiche, che affliggono spesso i piedi. «Dovute all’allettamento prolungato  le piaghe da decubito si curano dapprima con una toilette chirurgica volta a ripulirle da zone infette o necrotiche oppure, se il paziente non può essere trasportato in ospedale, con l’utilizzo di pomate a base di enzimi proteolitici che “sciolgono” la lesione », spiega ancora il professor Cervelli.

«Dopodichè, entra in gioco l’azione rigenerante della Prp, sotto forma di microiniezioni o applicata in gel con una cannula». Procedura simile viene usata anche per le ulcere diabetiche e le ferite profonde.

Dopo la detersione chirurgica si applica il gel piastrinico, denso e corposo, con una cannula. Viene messo soprattutto ai bordi della lesione, da dove parte la ricostruzione tissutale. Fatto che, come dimostrano decine di studi clinici, accelera sensibilmente il processo di guarigione.

Se presenti gli esiti di un'ustione 

«La Prp è particolarmente utile in caso di cicatrici a forma di cordolo che derivano da ustioni profonde di 2° o 3° grado, specie se “tirano” la cute in modo doloroso (sono dette retraenti)», precisa il professor Valerio Cervelli, direttore della cattedra di chirurgia plastica all’Università Tor Vergata di Roma.

«In questo caso si tratta il cheloide con il laser ablativo C02 frazionato, che la scolla e la leviga riducendo e lo spessore, e si inietta poi la Prp tutt’intorno al cordolo per regolarizzare l’attività dei fibroblasti.

In caso di cicatrici da ustioni non retraenti, invece, si prepara il tessuto con un laser non ablativo (tipo il 1540 ultrapulsato): una volta levigato, si rivitalizza l’area con le microinfiltrazioni di Prp». Il trattamento non viene effettuato, invece, sulle ustioni “fresche”, molto recenti.


Se hai piaga da decupito o ulcere

La Prp è efficace anche nella guarigione di piaghe da decubito, ferite e ulcere diabetiche, che affliggono spesso i piedi. «Dovute all’allettamento prolungato  le piaghe da decubito si curano dapprima con una toilette chirurgica volta a ripulirle da zone infette o necrotiche oppure, se il paziente non può essere trasportato in ospedale, con l’utilizzo di pomate a base di enzimi proteolitici che “sciolgono” la lesione », spiega ancora il professor Cervelli.

«Dopodichè, entra in gioco l’azione rigenerante della Prp, sotto forma di microiniezioni o applicata in gel con una cannula». Procedura simile viene usata anche per le ulcere diabetiche e le ferite profonde.

Dopo la detersione chirurgica si applica il gel piastrinico, denso e corposo, con una cannula. Viene messo soprattutto ai bordi della lesione, da dove parte la ricostruzione tissutale. Fatto che, come dimostrano decine di studi clinici, accelera sensibilmente il processo di guarigione.

In forma liquida

La Prp iniettabile, la più diffusa, si ottiene prelevando 10 cc di sangue e “lavorandolo” con un kit certificato dalla Asl. Dalla separazione della parte bianca da quella ricca di globuli rossi, si ottiene il plasma che, centrifugato e sottoposto a un processo di precipitazione, viene arricchito di piastrine da 4 a 10 volte superiori al plasma umano. «Iniettato, libera fattori di crescita dall’azione riparativa e rigenerante»,
spiega Goisis.

«Tra questi, l’Egf (epidermal growth factor) e il Vegs (vascular endothelial growth factor).Oppure in gel Utilizzato soprattutto per cicatrici, ustioni, piaghe da decubito e ulcere, il gel piastrinico è una “pappetta” densa. «Si ottiene grazie all’attivazione della Prp liquida con il cloruro di calcio», spiega il professor Cervelli. «In questo modo, innescando il processo di coagulazione, si forma il prezioso gel bioattivo».

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Come capire se si è incinta? Quali sono i primi sintomi di gravidanza, quando si presentano e come fare per riconoscerli?

Inizialmente la gravidanza può passare inosservata, oppure manifestarsi con lievi sintomi. Alcuni di essi possono presentarsi sin dai primi giorni dopo il concepimento, ma non tutte le donne riescono ad accorgersene.

Spesso i primi indizi emergono anche dopo molti giorni, perchè possono essere simili a quelli premestruali e non è facile interpretarli nel modo giusto. Spesso, inoltre, variano da donna a donna o anche in gravidanze diverse da donna a donna.
Insomma, si tratta di fattori molto soggettivi e per cui non esiste una regola valida per tutte, qindi il miglior consiglio in questi casi è quello di rivolgersi al proprio ginecologo di fiducia.

Tuttavia, ci sono alcuni segnali che normalmente individuano la presenza di una gravidanza.

I primi sintomi più comuni della gravidanza sono:

  • Stanchezza: spesso nei primi giorni si avverte un’insolita stanchezza e affaticamento nello svolgimento delle azioni quotidiane ( fare la spesa, una passeggiata ecc). Questo tipo di stanchezza non passa neanche con una buona dormita ed è spesso associata a una maggiore irritabilità, accompagnata da sbalzi d’umore. Sono sintomi causati dal cambiamento ormonale e sono del tutto normali.

  • Nausea: è un sintomo tipico nella prima fase di gravidanza, specie nei primissimi giorni. Emerge spesso con fastidio nei confronti di odori che prima magari non erano percepiti.

  • Perdite da impianto: questo sintomo permette di capire se si è all’inizio di una gravidanza. Le perdite da impianto sono diverse da quelle mestruali, con un colore più scuro. Tuttavia, possono essere confuse con l’arrivo delle mestruazioni perché possono essere accompagnate da dolori addominali. In questi casi è importante monitorare il ciclo mestruale ed eventuali cambiamenti nelle perdite che lo precedono.

  •  Sintomi urinari e stitichezza: un sintomo tipico iniziale di gravidanza è l’aumento dello stimolo a urinare unito a una maggiore stitichezza, causata dallo sbalzo ormonale che influisce sul tratto gastrointestinale.

  •  Sensibilità al seno:  sin dai primissimi giorni di gravidanza è percepibile un maggior formicolio o anche dolore. Il seno assume poi un gonfiore maggiore col passare delle settimane, i capezzoli diventano più sensibili e l’areola intorno più scura.

Se avvertite questi sintomi e si avete un ritardo nel ciclo mestruale, fate il test di gravidanza - possibilmente di prima mattina - e rivolgetevi a un ginecologo.

 

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Un buon sonno è alla base di una miglior qualità della vita. In presenza di  disturbi del sonno si possono avere conseguenze come ansia, depressione, stanchezza, disturbi dell’attenzione e dell’umore che influiscono negativamente nella quotidianità.

I fattori che possono influenzare la qualità del sonno possono essere di natura psicologica, legata dunque ad ansia, stress e preoccupazioni varie, per cui è necessario l'aiuto di uno psicologo o psicoterapeuta. Problemi legati ad un'alterazione del ritmo sonno-veglia dovuti ad orari irregolari, consumo di alcool o droghe per cui è necessario dedicare le giuste ore necessarie al riposo ed uno stile di vita sano.

Infine problemi legati alle vie respiratorie per cui è necessario rivoglersi a professionisit per effettuare visite specialistiche come la polisonnografia

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Una reazione allergica è una risposta complessa determinata dall’interazione di diversi fattori, genetici, immunitari e ambientali. L’esposizione a un certo tipo di polline o il contatto con alcuni tipi di sostanze, nel soggetto allergico, induce l'organismo a produrre anticorpi specifici, le immunogluline E (IgE).

Diversi tipi di polline inducono diverse IgE. Le IgE prodotte innescano nelle mucose e nei tessuti epidermici dei tratti del sistema respiratorio un processo che induce al rilascio di sostanze irritanti, come le istamine, che infiammano i tessuti dermici e delle mucose.

I test allergici
Per identificare quale polline causa una certa allergia, è possibile effettuare diversi tipi di test.

Un’attenta analisi parte da un'anamnesi familiare e fisiologica, ma è seguita da test in vivo e in vitro, effettuati direttamente dagli specialisti sul paziente e nei laboratori di analisi.

Il test maggiormente impiegato è lo 'skin prick test', o test cutaneo: si esegue depositando su un braccio o sulla schiena del paziente qualche goccia degli allergeni puri che si vogliono testare e pungendo la pelle con un ago. Se dopo qualche decina di minuti la pelle ha reagito alla sostanza la persona è allergica a quello specifico allergene.


Vi è poi il 'patch test', o test epicutaneo utilizzato per la diagnosi delle dermatiti da contatto. In questo caso viene posato sulla pelle del paziente un grande  fazzoletto adesivo, sul quale sono posati diversi allergeni. Bisogna attendere da due a quattro giorni per avere una risposta al test : se la pelle reagisce a una data sostanza posata in una zona del cerotto vuol dire che si è allergici allo specifico allergene.


Nel caso i risultati di questi due primi test non siano chiari si procede al test di provocazione o scatenamento, che va effettuato in ambiente controllato e con la presenza di personale medico: in questo caso il paziente viene esposto direttamente all’allergene e poi viene monitorato per alcune ore per osservare se vengono registrati eventuali sintomi.

Un altro tipo di indagine utilizzata è quella dei test ematici, tra i quali figura il 'prist test', col quale si cercano le immunoglobuline nel sangue senza stabilirne la natura, e il 'rast test' che invece è più specifico poiché ricerca e dosa le IgE specifiche nei confronti degli allergeni sospettati. Va tuttavia considerato che questi ultimi tipi di test, di per sé, non sono sufficienti per una diagnosi affidabile e vengono considerati test di secondo livello, da applicare, se necessario, dopo l'esecuzione dei test in vivo.


Infine, soprattutto nei casi di sospette intolleranze alimentari, esiste il test di eliminazione o sospensione, col quale si eliminano dalla dieta gli alimenti sospetti per un periodo di due-tre settimane e si osserva se i sintomi scompaiono oppure no. 

Come prevenire e trattare le allergie
La migliore lotta contro l’allergia è chiaramente cercare di evitare il contatto con la sostanza allergenica. Se questo è più facile nel caso di altri fattori allergenici, per quanto riguarda i pollini è assai più complicato perché significa non rimanere all’aperto nel periodo di migrazione, chiudere le finestre e utilizzare filtri dell’aria e sistemi di condizionamento. I sintomi possono essere mitigati con l’assunzione di farmaci da banco, decongestionanti, antistaminici e corticosteroidi nasali (vedi articolo principale).
In caso di allergie più gravi, invece, i cui sintomi perdurano per periodi di tempo più lunghi e con maggiori effetti, è possibile effettuare una immunoterapia con molteplici iniezioni di allergene diluito a concentrazioni crescenti, in modo che l’organismo si abitui alla sua presenza e riduca la risposta immunitaria che scatena l’allergia: la vaccinazione profilattica (immunoterapia allergene-specifica), praticata con somministrazione sottocutanea degli estratti allergenici, può contrastare l'insorgenza o controllare la progressione delle patologie allergiche e costituisce l'unico intervento in grado di modificare stabilmente le reazioni del sistema immunitario facendolo 'abituare' alla presenza delle sostanze allergizzanti.

Le iniezioni si praticano con diverse modalità, ogni settimana o a intervalli più ravvicinati, durante il periodo in cui non è presente nell'aria l'allergene per le allergie stagionali.

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I dolori mestruali colpisco la maggior parte delle donne durante l'età fertile. Si tratta di un disagio fisico e psicologico, spesso così fastidioso e debilitante da compromettere, in alcuni casi, le normali attività quotidiane.

 Alcuni rimedi utili per alleviare i dolori mestruali sono seguire una dieta sana ed equilibrata, che escluda il consumo di alcolici, caffeina e conusmare invece  cereali, legumi e alimenti ricchi di ferro. Fare attività sportiva dedicandosi  ad attività che lavorano su un equilibrio psico-fisico, come ad esempio lo yoga e il pilates. Infine concedersi momenti rilassanti come un bagno caldo, un massaggio e bere tisane a base di camomilla, melissa, finocchio e zenzero.

In caso di crampi mestruali possono esser utili alcune cure farmacologiche come integratori a base di magnesio,omega 3 e zinco e farmaci antidolorifici a base di ibuprofene o flurbiprofene.

In caso di dolore più intenso, tanto da interferire nelle normali attività quotidiane, è opportuno eseguire una visita ginecologica ed eventualmente un'ecografia pelvica, per escludere la presenza di cause patologiche.

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La fisiokinesiterapia è un trattamento utilizzato dal fisioterapista basato sulla stimolazione del sistema nervo-muscolare. Il trattamento consiste in esercizi di ginnastica, in forma attiva, passiva e nella massoterapia. Questo tipo di terapia è particolarmente indicata per il recupero di forza ed elasticità a seguito di eventi traumatici, disturbi neurologici, patologie reumatiche e problemi vascolari o respiratori.

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I dolori articolari sono quasi sempre riconducibili a disfunzioni della colonna vertebrale. L'Osteopata individua le cause di tali disfunzioni e li elimina con manovre dolci, indolori e rispettose del paziente. In tal modo è possibile far svanire in breve tempo il dolore e ripristinare la normale funzionalità del nostro corpo.